Gli ebrei reggiani dal 1918 al 1945

A cura di Mirco Carrattieri.

 

La comunità ebraica reggiana risultava già molto ridotta di numero dopo le migrazioni di inizio secolo e la Prima Guerra Mondiale. Nel 1913 si estinse l’antica comunità di Novellara, nel 1921 la Comunità ebraica di Correggio fu aggregata a quella di Reggio, nel 1925 venne sancita la scomparsa ufficiale della comunità di Scandiano.

L’avvento del fascismo non modificò significativamente la situazione, anzi furono numerosi gli ebrei che aderirono al regime, raggiungendo anche ruoli di responsabilità politica (come Gian Battista Sinigaglia, podestà a Correggio nel 1928 o Sergio Finzi, fascista della prima ora e segretario del fascio locale negli anni Trenta) o economica (come Augusto Tedeschi fra gli avvocati o Benedetto Melli tra i commercianti). Ci furono però ebrei anche tra gli antifascisti, come il socialista prampoliniano Gino Ravà o il simpatizzante comunista Alessandro Cantoni.

Nel 1931 la comunità ebraica reggiana contava complessivamente 170 membri. Questo gruppo, ormai sostanzialmente assimilato, venne colpito come un fulmine a ciel sereno dalla politica antiebraica sviluppata dal fascismo nella seconda metà degli anni Trenta, sull’onda del razzismo coloniale e dell’avvicinamento alla Germania.

A partire dal 1937 cominciò quindi anche sul “Solco Fascista” la campagna antisemita, che culminò nei primi provvedimenti razziali, quelli sulla scuola dell’estate 1938. A Reggio tre professori (Anita Jona al liceo, Sandra Basilea al ginnasio e Ferruccio Pardo, preside dell’Istituto Magistrale) e tre studenti (Giorgio Melli, appena diplomato, Lazzaro Padoa, neolaureato, e Franco Tedeschi, iscritto al ginnasio) videro interrotta la loro carriera scolastica.

Nell’autunno venne effettuato un censimento della comunità, che contava 65 membri in città e 129 in provincia. Il 17 novembre furono emanati i Provvedimenti per la difesa della razza italiana, che vietavano i matrimoni misti, limitavano la proprietà di beni immobili, determinavano l’esclusione dalle professioni e il licenziamento dagli impieghi pubblici (Dante Padoa perse il lavoro alle poste, Ilma Rietti alla Timo, le sorelle Camerini al CCFR). Anche gli ebrei fascisti furono privati delle loro cariche; ma in genere ottennero la “discriminazione”, cioè una attenuazione delle limitazioni imposte. Si trattò comunque di provvedimenti traumatici: nel giugno 1939, umiliato dalle discriminazioni, si uccise a Novellara il cav. Carlo Segré.

Scarse furono in generale le reazioni dell’opinione pubblica, se si escludono alcuni ambienti cattolici.

Nei mesi successivi numerose circolari limitarono ulteriormente i diritti degli ebrei, inibendo l’accesso al credito (gennaio 1939), escludendoli dalla concessione di licenze e brevetti (gennaio 1940), togliendo i loro nomi dall’elenco telefonico (giugno 1941), vietando l’assunzione di dipendenti ariani (novembre 1942), proibendo i soggiorni balneari (luglio 1943). Diversi ebrei poterono però continuare a lavorare in aziende private come le Omi Reggiane o la Lombardini, per il loro ruolo nel contesto bellico (e per la solidarietà dei dirigenti).

La caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, vide revocare solo i provvedimenti più recenti.

Con l’avvento della Rsi, peraltro, la limitazione dei diritti riprese e anzi divenne indiscriminata, portò al sequestro di tutti i beni ebraici e si trasformò poi in vera e propria persecuzione delle vite. All’inizio di dicembre del 1943, in ottemperanza all’ordinanza Buffarini Guidi del 30 novembre, vennero infatti arrestati dai tedeschi (ma con la collaborazione della polizia fascista) i 7 ebrei reggiani rimasti in città (Oreste Sinigaglia, le sorelle Olga, Bice e Ada Corinaldi, Beatrice Ravà con le figlie Ilma e Iole Rietti); e con essi la correggese Lucia Finzi. Benedetto Melli e la moglie Lina Jacchia, che avevano tentato di espatriare, vennero arrestati a Porto Ceresio, presso Varese.

Reclusi a S.Tommaso e poi radunati in una casa di campagna, gli ebrei reggiani furono poi trasportati a Fossoli, da dove partirono il 22 febbraio 1944 per Auschwitz, in un concovglio di 650 persone, tra le quali anche Primo Levi. Tutti trovarono tutti la morte nel campo di sterminio. I tre residui ebrei guastallesi furono lasciati liberi, in quanto ultrasettantacinquenni. Anche diversi ebrei stranieri vennero arrestati in Provincia e deportati. Alcune famiglie invece fuggirono in Svizzera (i Tedeschi); o trovarono asilo in montagna (i Padoa). Altri si nascosero, come Salomone Ottolenghi, già cantore della sinagoga e macellaio rituale, che rimase in casa propria, all’interno di un passaggio segreto.

Nell’azione di salvataggio e sostegno alla latitanza si distinse il prete cavriaghese don Enzo Boni Baldoni; ma sono documentate anche le azioni di solidarietà di don Pasquino Borghi, don Angelo Cocconcelli, Lina Cecchini, Ettore Lindner, Pasquale Marconi, Durante Gallinari, Natale Prampolini, Osvaldo Salvarani, Dorina Storchi.

Diversi ebrei reggiani di nascita furono arrestati altrove. Tra questi Arturo levi, residente a Torino, dove venne catturato il 27 ottobre 1943; morì a Buchenwald nel febbraio 1945.

Intanto la stampa fascista continuava la campagna contro gli ebrei, nella quale si disitinsero Giocondo Protti sul “Solco” e Amedeo Corradi sulla “Diana Repubblicana”.

Nel marzo 1944 venne sospesa la pensione a 5 ebrei reggiani; e venne sancita anche la confisca definitiva dei beni già sequestrati agli ebrei nel 1938, gestita da Giuseppe Scolari, già federale della Provincia.

Il bombardamento della sinagoga e le razzie effettuate dai tedeschi in fuga segnarono di fatto la fine della comunità ebraica reggiana.