Ghetto di Correggio

A cura di Monica Barlettai.

 

Via Casati_ingresso del ghetto

L’ingresso del ghetto di Correggio (foto del XIX sec.)

Il ghetto correggese ha il particolare primato di essere l’ultimo ghetto istituito in Italia. Fu realizzato nel 1782, cioè a due secoli di distanza dalla Bolla papale (1555) che li istituiva in tutti i territori soggetti all’influenza della Chiesa. Si trattò di un evento del tutto anomalo, in controtendenza rispetto ad un periodo in cui in molti Stati italiani si andavano affermando le idee illuministiche di libertà ed uguaglianza.

Il primo tentativo documentato di istituire il ghetto risale al 1736, allorché l’Università israelitica inviò una supplica al Governatore estense chiedendo che gli ebrei correggesi non fossero costretti “in un luogo disabitato, lontano da strade maestre, [con] miserabili tuguri fatti di terra che sono tutti cadenti…esposti a qualunque insulto e disgrazia”.

Con reiterate suppliche – nei successivi quaranta anni – gli ebrei riuscirono a rinviare la realizzazione del ghetto. Tanta indulgenza verso la comunità correggese (sorte diversa subirono quelle di Reggio e Modena) trova la sua ragione nella crisi che investì lo stato Estense alla fine del Settecento e nell’importanza che alcuni di loro rivestivano nell’economia locale, essendo titolari delle poche manifatture cittadine.

Particolare dei cardini che reggevano i portone del ghetto

Particolare dei cardini che reggevano i portone del ghetto (foto degli anni ’50)

Il ghetto correggese fu definitivamente istituito nel 1782, nell’area compresa tra via Casati e via Filatoio, in pieno centro cittadino. A favore della segregazione prevalsero motivazioni ideologico-religiose, ma anche di ordine economico. In definitiva, si volle arrestare lo sviluppo dell’imprenditorialità ebraica in fase di espansione nei settori dell’investimento terriero e della produzione agricola, tipicamente a monopolio cristiano. Anche la tipologia della segregazione correggese fu assai anomala, perché non riguardò mai l’intera comunità. Documenti relativi ad un censimento del 1786 attestano che, delle 30 case occupate da ebrei, solo 14 si trovavano all’interno del ghetto. Le famiglie più abbienti mantennero le loro residenze fuori dai confini della segregazione, dove si trovava anche la sinagoga della comunità. Lo stesso rabbino risiedeva in piazza Padella, fuori dal ghetto.

Il ghetto sopravvisse solo fino al 1796, abolito dai decreti repubblicani voluti da Napoleone che sancivano l’uguaglianza degli ebrei con i cristiani. Fino a pochi anni fa, erano ancora visibili all’inizio di via Casati, i vecchi cardini che sorreggevano le porte d’ingresso.

 

Bibliografia:

F. Bonilauri, V. Maugeri (a cura di), Ghetti e Giudecche in Emilia Romagna, Roma 2004